Il ritorno a casa

E ora?

Vi ricordate? Non esiste un ictus uguale all’altro. Ciò significa che non è possibile stabilire uno schema del percorso di guarigione dagli esiti dell’ictus o immaginare quando accadrà qualcosa. Usiamo quindi sempre termini quali “probabilmente”, “ci aspettiamo che”, “forse”, “con ogni probabilità” ma quando arriva il momento di lasciare il centro riabilitativo per tornare a casa, c’è qualcosa su cui possiamo scommettere: potete essere certi del fatto che la vita dopo l’ictus non sarà mai più come era.

Non importa se tornate nella stessa casa, con gli stessi rapporti di parentela (questo membro della famiglia non avrà lo stesso ruolo che aveva prima), o se cambierete casa grazie all’iniziativa di un familiare…ad es. un figlio o una figlia che si prende cura di un genitore fino a quel momento indipendente.

Coloro che in passato avevano ricevuto le cure di qualcun altro adesso sono diventati caregiver, chi portava i soldi a casa potrebbe non essere più in grado di mantenere il controllo della situazione, il pilastro della famiglia, la roccia, potrebbe essere diventata una persona da accudire.

Chi siamo abituati a conoscere in un modo potrebbe essere completamente cambiato oppure la stessa persona di sempre potrebbe trovarsi in un corpo differente. Può volerci del tempo per farsi un’idea della situazione, perché il vostro familiare può avere difficoltà a farvi capire che è ancora lì e che è sempre lui (o lei).

Tutto ciò è molto frustrante per chiunque sia coinvolto. D’altra parte non c’entra nulla se c’è stato o meno un recupero o quanto recupero ci si possa ancora aspettare.

Si può affermare con certezza, anche se il soggetto ha recuperato completamente, che la vita non sarà più la stessa (e notate che il termine recupero completo è giustificato dal fatto che alcuni di noi, che hanno sperimentato l’esperienza, concordano sul fatto che talune volte, seppur rare, è possibile un recupero completo dall’ictus).

Il recupero può durare per tutta la vita con miglioramenti che continuano ad avvenire per anni. Si tratta di un paesaggio in continuo movimento.


Cosa è cambiato?

Il fatto che il vostro familiare non sia più ricoverato non significa che abbia recuperato tutto o che stia del tutto bene come magari pensa di stare. I motivi per i quali è stato dimesso possono essere diversi e non sempre legati alle sue effettive possibilità di recupero (N.d.T.: la dimissione non coincide necessariamente con il raggiungimento del massimo recupero possibile).

Un buon servizio riabilitativo garantisce comunque un supporto anche al di la’ delle dimissioni oppure si adopera perché il paziente entri in contatto con strutture che possono fornire ulteriori servizi riabilitativi utili a proseguire nel percorso di recupero.

In ambito di adattamento ambientale, ad es., ciò potrebbe implicare la possibilità che qualche operatore del servizio si rechi al domicilio del paziente o effettui un’intervista molto dettagliata sulla situazione abitativa.

Quanti scalini ci sono per accedere alla casa?
Quanto distano letto e stanza da bagno?
Se la casa è su più piani, si può spostare la stanza da letto al pianterreno?
Che genere di ausili potrebbero essere necessari per far svolgere alla persona le normali attività di vita quotidiana e in regime di sicurezza (es. in bagno)?

Potrebbe essere utile che – prima delle dimissioni – il paziente passi una notte di “prova” a casa per evidenziare eventuali problematiche alle quali si è ancora in tempo a provvedere prima dell’effettivo e definitivo ritorno (es. la disposizione dei mobili, l’installazione di rampe, ecc.). Accertatevi che gli esperti non abbiano tralasciato niente, e fornite tutte le informazioni delle quali siete in possesso per aiutarli a inquadrare bene la situazione.

Ovviamente una persona che ha limitazioni nel movimento, richiederà più attenzioni di prima. Usando il buon senso si possono prendere dei provvedimenti in anticipo. Non si è mai abbastanza sicuri circa il tempo di permanenza della disabilità o l’esito del percorso riabilitativo, quindi ovviamente la prima preoccupazione verso cui si cercherà di attrezzarsi è la disabilità fisica.

Tuttavia, sono le difficoltà “invisibili”, cioè quelle cognitive associate ai problemi emotivi a rappresentare la maggiore difficoltà nel ritorno a casa, ancor più della disabilità motoria. Avere a che fare con la depressione, la labilità emotiva, gli scoppi di pianto in momenti spesso inappropriati, l’impulsività e i mutamenti di personalità, può richiedere un supporto professionale.

Niente della vostra vita precedente vi può preparare ad affrontare tutto ciò, imparerete sul campo e alla fine potrete dire di avere imparato a parare tutti i colpi.

Anche i caregiver hanno un limite

Se vi siete presi cura di qualcuno e giorno dopo giorno avete preso decisioni fondamentali, siate consapevoli del fatto che siete indeboliti anche voi. Siete stati colpiti da uno shock, spremuti da situazioni minacciose, e avete agito sotto l’impulso della vostra adrenalina senza pensare a mangiare adeguatamente e a riposarvi … per giorni avete camminato a braccetto con lo stress e siete sopravvissuti così probabilmente pensate di essere venuti a patti con lo stress.

Bene! E’ giunto il momento di incontrare una nuova forma di Stress! In questo caso probabilmente non vi colpirà con un colpo brutale e acuto (come quando il vostro familiare ha avuto l’ictus) ma piuttosto vi tormenterà con dei colpetti ripetuti fino a quando non cadrete giù. Magari state cadendo senza accorgervi che il vostro benessere mentale e fisico è quotidianamente eroso dalla situazione. E’ importante che voi riforniate costantemente le vostre risorse e capiate che queste non avete la capacità di recupero che avevate prima.

Ristabilite delle abitudini alimentari regolari.

Tornate a cibi buoni, salutari, compresa frutta e verdura fresca. Bevete molta acqua. Abbandonate i panini e le merendine dei distributori dell’ospedale. Passerete più tempo a casa, d’ora in poi, e approfittatene per abbandonare le brutte abitudini che avete assunto per sopravvivere in quei giorni di forzata permanenza presso l’ospedale. Inoltre, se il vostro familiare è in grado di alimentarsi normalmente, fornirete anche a lui una dieta migliore. Rallentate il vostro ritmo di lavoro. Riposarsi è più importante rispetto al togliere la polvere, Fare esercizi dovrebbe avere la precedenza sul passare l’aspirapolvere. Avrete molto nuove responsabilità che vi porteranno via del tempo, dunque imparate velocemente a perdonarvi e a non essere imbarazzati se c’è un po’ di lana sotto il vostro divano.

Cercate di pensare positivamente.

Con i vostri pensieri avete la possibilità di rendere la vostra vita migliore o peggiore. Non restate attaccate a pensieri pessimisti o vittimismi del tipo “se soltanto non fosse successo…”. Se non ce la fate da soli chiedete aiuto. Cercate gruppi di supporto, di auto-aiuto o rivolgetevi ad un amico fidato o addirittura ad un consulente professionista. Sotto la supervisione di un medico potreste beneficiare di una cura antidepressiva o ansiolitica. Cercate di non sentirvi timidi o imbarazzati nel cercare aiuto o supporto in qualsiasi forma perché probabilmente questo salverà il vostro benessere mentale.

I caregiver e le persone con ictus, in seguito alla loro esperienza, possono avere dei problemi con il loro credo religioso. In questo caso è importante ottenere un aiuto esterno che vi guidi in questo percorso verso un ritrovato equilibrio.


La cosa più importante è la sicurezza

Dopo la dimissione vi saranno state date tutta una serie di raccomandazioni dal personale rispetto a come rendere sicura la casa. Il bagno è il punto più importante da considerare a causa del suo spazio necessariamente limitato e delle numerose superfici dure che circondano chi vi soggiorna. Sembra il teatro ideale di un incidente domestico. Un buon suggerimento potrebbe essere installare dei maniglioni che rendano l’uso della toilette e della doccia più sicuro.
Ci vorrà un po’ di tempo magari a recuperare i maniglioni e a trovare qualcuno che le installi (non è un lavoro che può fare chiunque) così potreste avere la tentazione di non metterle essendo questo un bisogno solo temporaneo (perché pensate che il vostro familiare sarà presto più forte, avrà più equilibrio, sarà in grado di muoversi meglio) oppure pensate di non averne bisogno dato che in qualsiasi momento ci sarete voi a dare una mano ma quest’idea è sbagliata.
Dovete partire dall’idea che ogni bisogno sia “per sempre”, e fare ogni sforzo per mettere in atto tutti i migliori accorgimenti per rispondere a questi bisogni.
Probabilmente dovrete in ogni modo essere lì presenti ma avrete comunque bisogno di tutto l’aiuto possibile. E’ meglio avere degli adattamenti che dopo un po’ non usate piuttosto che passare dei mesi senza aiuto.
Attrezzature e adattamenti adeguati possono rendere tollerabile un lavoro spiacevole.
Altri adattamenti utili per il bagno potrebbero essere una sedia da doccia, una panchetta per uscire dalla vasca, un bidè portatile, una doccetta manuale, degli adattatori per il WC, dei tappetini anti-sdrucciolo, spugne e attrezzature per lavarsi con maniglioni allungati, un dispenser per il dentifricio che si possa usare con una sola mano, spazzole a ventosa per pulirsi le unghie …
(N.d.T.: per informazioni sui rivenditori di ausili potete rivolgervi alla nostra Agenzia che vi procurerà diversi cataloghi).

Una legge ha stabilito che voi…

Tipicamente gli ospedali rimandano le persone a casa, nel mondo reale, armate esclusivamente di una serie di fogli di carta pieni di indicazioni, come se la vita si potesse gestire con un manuale di 50 pagine. Se seguite i loro suggerimenti, tutto andrà bene. Prendere i farmaci alle 8.00, fare esercizi alle 8.15, vestirsi alle 9.00…invece noi con questo manuale vi autorizziamo a deviare dal programma prescritto. Il vostro familiare non morirà se avrete la necessità di modificare il programma che è stato messo in piedi per voi. Se va bene a voi, andrà comunque bene.
Per intenderci, va bene a volte metterci tutto il tempo necessario a che il vostro familiare si metta le calze da solo come esercizio per l’autonomia, ma andrà bene lo stesso se a volte, invece di farglielo fare da solo, ogni tanto lo aiuterete visto che ha soltanto l’uso di una mano perché questo vi farà guadagnare mezz’ora in più per dedicarvi a qualche attività piacevole.
Non mettetevi nella situazione in cui le regole stabilite da qualcun altro diventano le vostre regole. Detto questo, è comunque importante stabilire delle regole per creare una sorta di routine; dovete quindi imparare ad organizzarvi e a dare delle priorità poiché avrete più cose da fare rispetto al tempo che avete a disposizione. Prima di rendervene conto, rischiate di essere travolti.

Chi era molto strutturato e rigido prima dell’ictus può avere una certa difficoltà a passare ad una fase della vita nella quale è necessario essere più accomodanti e disponibili alle modifiche, mentre chi era del tutto sprovvisto di organizzazione nel proprio stile di vita avrà altri tipi di difficoltà.

Ci vorrà del tempo a trovare la formula giusta per vivere. La persona con ictus può tornare a casa dall’ospedale con un nuovo set di abitudini e ricordiamoci che è veramente difficile abbandonare ciò che è diventato un’abitudine. Chi prima non faceva mai colazione, adesso potrebbe aspettarsi la colazione servita su un vassoio, e cosi’ anche le nuove dipendenze potrebbero essere un problema.

Non poter vivere senza la TV, ad esempio, o volere tutte le sere alle 20.00 immancabilmente un gelato, assumere la terapia all’ora stabilita con un bicchiere di acqua ghiacciata senza muovere un dito…bisogna valutare ogni situazione e decidere rapidamente quali abitudini devono essere mantenute e quali no.

Suonare il campanello per avere qualcosa rapidamente dal caregiver, come avveniva con l’infermiere, potrebbe essere una delle prime abitudini da eliminare.

Occorre gradualmente riportare il concetto di responsabilità nella vita del paziente, una volta che si è sicuri che questo è in grado di gestirla fisicamente e cognitivamente.


Accettare la realtà

Nessuno sa cosa porterà il futuro.
I caregiver devono capire in fretta che non conviene aspettare che il familiare migliori, potrebbero aspettare per sempre.  L’ictus non è una malattia nella quale è sufficiente prendere alcune pillole, fare esercizi e in qualche settimana stare meglio.
Inseguite sempre il progresso, anche il più piccolo o insignificante e soprattutto non misurate il recupero in termini di guadagno rispetto a ciò che uno aveva prima dell’ictus ma in termini di progresso fatto e di “aggiustamenti” nel riuscire a cavarsela con ciò che è rimasto. Se siete realisti e non necessariamente negativisti, sarete sorpresi positivamente piuttosto che dispiaciuti.
Sfortunatamente anche il paziente deve guadagnarsi il processo di recupero, nessun caregiver può farlo al posto suo. Un buon terapista potrebbe convincerlo a fare ciò che è necessario per raggiungere un risultato ottimale comunque in ogni modo se la persona stessa non vuole farlo o se l’ictus ha danneggiato quella parte del cervello che gli permette di capire ciò che vale la pena fare, i risultati saranno inferiori a quanto sperato.
Il violinista Itzhak Perlman dopo un concerto nel quale si era staccata una corda del suo violino disse: “talvolta il compito dell’artista è scoprire quanta musica si può ancora produrre con ciò che è rimasto“.

 


Preparatevi a …

Svolgere il lavoro più duro della vostra vita. Non dite di non essere stati avvisati. Ve l’avevamo detto anche noi all’inizio di questo breve manuale.

Spaventarvi a morte. A chi ha avuto un ictus può capitare di addormentarsi nei momenti più improponibili, a volte nel bel mezzo di una conversazione e di fare strani rumori dormendo, trattenere il fiato, russare e muovere gli arti con movimenti involontari. Poiché probabilmente non avete avuto occasione di assistere a ciò durante il ricovero in ospedale, voi caregiver vi potreste spaventare. Aggiungete questa paura alla paura di cadere (entrambi) o di fallire, o di non avere di nuovo una vita e vi renderete conto che la situazione è molto complessa. Inoltre è probabile che vi sia stato detto che una volta che una persona ha avuto un ictus vi è una buona probabilità che possa averne un altro, così alla fine riportare il vostro familiare a casa può essere fonte di nuove angoscianti preoccupazioni.

Gestire le crisi epilettiche. Questo sembra essere spesso uno dei punti più trascurati tra le informazioni date ai caregiver. La più grande paura dei caregiver è che intervenga un secondo ictus, questo fino a quando non compaiono delle crisi convulsive che sono molto più spaventose dell’ictus stesso. Data l’esistenza della lesione cerebrale, c’è sempre la possibilità che si sviluppino delle crisi epilettiche a distanza di mesi o anni dall’ictus. A volte si tratta di episodi isolati, a volte di una serie di episodi ripetuti ma ci sono molti farmaci a disposizione utili nella prevenzione che pero’ sono ricchi di effetti collaterali e dunque trovare il farmaco migliore per quella persona può richiedere un processo di “prove ed errori”. Essere consapevole che possono esserci delle crisi convulsive non è un pensiero confortevole dunque se dovesse capitare, sarete avvantaggiati dal fatto di essere in grado di riconoscere per tempo un evento del genere. Per quanto possa essere spaventoso assistere a una crisi convulsiva, è utile sapere che molte di queste non lasciano danni permanenti come invece avviene per l’ictus. Solo una piccola percentuale di persone con ictus soffre di crisi epilettiche. Solo che non è possibile sapere chi rientrerà in questa piccola percentuale quindi cercate di avere una franca discussione con il medico che ha seguito il vostro familiare, chiedete che vi spieghi come riconoscere una crisi e cosa occorre fare per affrontarla. A lungo andare ciò vi darà una certa tranquillità mentale.

Gestire l’incontinenza. E’ un problema molto complesso ed è un altro di quei problemi per cui esiste una vasta eterogeneità di situazioni in ambito di ictus. Sembra che ogni caregiver sia destinato ad affrontare questo problema in qualche modo. L’abbiamo già’ visto in un capitolo precedente quando si è parlato della possibilità che possa trattarsi non di vera incontinenza quanto di comunicazione mancata: il paziente non riesce a far capire che deve andare in bagno. D’altra parte è possibile che le persone in seguito all’ictus sviluppino un vero deficit nel controllo dell’urina o dell’alvo; talvolta si tratta di un problema temporaneo, talvolta può beneficiare di una riabilitazione apposita ma talvolta i pannoloni diventeranno un ausilio permanente. Sporadici incidenti possono accadere anche a chi ha conservato un maggior controllo della vescica o dell’alvo quando la mente si distrae, in mezzo alla folla o in situazioni di disagio o stress. Allora non si è in grado di prevenire l’incidente. In questi casi può essere utile cercare la localizzazione esatta dei bagni qualora ci si trova in ambienti nuovi. Siate comunque preparati ad ogni evenienza quando andate in giro (un cambio di vestiti o un pannolone indossato in situazioni “critiche”). Esistono anche farmaci che aumentano il controllo e se proprio è troppo tardi sarà sufficiente pulire i tappeti malauguratamente “incidentati”.

Capire che le conseguenze dell’ictus possono durare per sempre, ma la terapia no. Un’altra delle poche certezze del caregiver è che ad un certo punto non vi sarà più fornita la riabilitazione se non ricorrendo a quella privata. In quel caso il servizio sembra possedere delle schede (che non condivide con nessuno) grazie alle quali è in grado di dire quanta terapia è sufficiente per quel certo paziente. Proprio quando a voi sembra di notare dei miglioramenti, questi non sono considerati significativi da un punto di vista funzionale e siete lasciati a voi stessi. Sembra che l’intero processo per garantire che ognuno possa avvalersi della riabilitazione sia legato alla possibilità di effettivi miglioramenti ma probabilmente è svolto un calcolo sui mesi e giorni di servizio fornito rispetto ad una qualche media stabilita a priori (N.d.T.: in base alle linee guida nazionali sulla riabilitazione) che non è necessariamente comunicata ai pazienti. In qualche modo, da qualche parte in base ai casi di ictus studiati si è stabilito quanta riabilitazione ha senso proporre ai pazienti (N.d.T. in base ad un ragionamento costi-benefici) e dunque si sono fissate delle regole, o almeno questo è ciò che sembra a giudicare da quanto fornito d’abitudine dai servizi (N.d.T. in ogni caso se il paziente è vicino a raggiungere un certo miglioramento X, ad esempio camminare o parlare, il servizio molto probabilmente estenderà la terapia al di la’ dei limiti stabiliti). Esiste poi la possibilità di farsi prescrivere, in tempi successivi, un altro ciclo di riabilitazione di mantenimento o in caso di importanti cambiamenti funzionali (es. per un lungo periodo sembra che non accada nulla e improvvisamente e apparentemente con casualità c’è un miglioramento di una qualche funzione). Miglioramenti e cali saranno una costante della vita futura della persona che ha avuto un ictus. Siate gentili con i dottori e gli operatori, avete bisogno che restino al vostro fianco. (…)

Assistere alla scomparsa di amici e familiari. Questa è una delle cose più dure da accettare. La cura che il caregiver fornisce può diventare un compito davvero solitario. Poiché il processo di recupero dall’ictus è molto lento, l’intera durata del processo supererà di gran lunga lo span di attenzione dei vostri amici, anche i più cari. Quando arriva l’ictus, si sente molto calore e supporto da parte di amici e parenti ma dopo un po’, quando la crisi è superata e si è certi che la persona sopravviverà, tutti si rimettono in movimento e poiché voi non siete in grado di tenere il loro passo, sarete lasciati indietro anche se avete ancora bisogno di aiuto. Inoltre, spesso le persone le persone si sentono a disagio nell’incontrare una persona che è diventata disabile, spesso perché questo gli ricorda la loro vulnerabilità e ciò è difficile da accettare. Altri possono dare per scontato che siete troppo occupati per avere voglia di compagnia o di vita sociale. La soluzione a questo problema è elaborare il lutto per la vostra perdita e poi rimettervi in moto con energia, essere determinati e cercare con forza di non attaccarvi troppo ai limiti di chi non capirà mai la vostra nuova vita. Se coloro di cui avete bisogno si tirano indietro, cercate nuovi amici, nuovi gruppi, nuove attività piacevoli anche nel regno della disabilità (ricordatevi però che abbiamo tutti bisogno di avere contatti anche con persone esterne che non c’entrano con l’ictus). Evitate l’isolamento. Ci può ancora essere una vita dopo l’ictus, diversa ma comunque bella. Sfortunatamente le cose belle non verranno a bussare alla vostra porta. Dovrete andare a cercarle e quindi crearvela voi stessi questa vita, per voi, per il vostro familiare e per la vostra sanità mentale.

Vivere la depressione. La depressione arriva quando il caregiver e la persona con ictus cominciano a comprendere che la disabilità è una realtà. Non combattetela. E’ accaduta una cosa terribile che ha fatto a pezzi la vostra vita. Non fate finta che non sia accaduto. Avete diritto ad essere arrabbiati. E’ normale, se siete sposati, provare risentimento per il vostro o la vostra compagna, per il fatto che ha avuto un ictus e ha stravolto la vostra vita e poi sentirsi colpevoli per questi sentimenti. E’ naturale anche che la persona che ha avuto un ictus si senta arrabbiata nei confronti del caregiver ed eccessivamente possessivo rispetto alle sue attenzioni e al suo tempo. Non sareste umani se non foste tristi e abbattuti in questo momento. Siate onesti con voi stessi e con gli altri, fare finta che tutto va bene e che non ci sono problemi non è un modo per risolvere la cosa. Richiede troppa energia mettersi addosso una maschera di positività, mentre piangere vi permetterà di tirare fuori molte emozioni che non vanno trattenute e anche gli uomini non dovrebbero essere imbarazzati dal loro pianto. Dovrete passare attraverso tutte queste emozioni per lasciarvele alle spalle. Alla fine vi potrete permettere di essere felici di nuovo. Per voi ci possono essere ancora risate e sorrisi nonostante la situazione nella quale vi siete trovati ma questo percorso può richiedere un supporto esterno, un aiuto professionale. Non esitate e non siate timorosi nel cercare un Terapeuta qualificato (un punto di partenza è il vostro medico di base). Cercate gruppi di supporto (N.d.T. chiedete informazioni alla Associazione Ligure Afasici ALIAS) per persone con ictus e per caregiver. Cercate di partecipare a qualche gruppo anche se ricevete un counseling professionale, infatti, la depressione si combatte anche con la compagnia. Confrontare la vostra con altre storie di guerra, può cambiare la vostra vita e la vita di altri.

Ricordare che medici, fisioterapisti, logopedisti, terapisti occupazionali, non sanno proprio tutto. All’inizio, quando facevate domande sul recupero vi è stato detto che tutti gli ictus sono differenti e che nessuno poteva prevederlo poi quando vi informano del fatto che la riabilitazione non sarà più fornita, immaginando che non servirà più a niente, vi considerano parte di un gruppo omogeneo …se avete diversi referenti a livello sanitario (medici specialisti, terapisti, ecc.) è probabile che un giorno questi arrivino a contraddirsi l’un l’altro e a darvi consigli in conflitto tra loro. La cosa diventa molto problematica se il conflitto riguarda la terapia farmacologica. Stabilite un buon rapporto con il vostro farmacista che vi aiuti a stare in guardia nei confronti di possibili errori, nati da questa confusione, e considerate anche la possibilità di acquistare un libro che vi spieghi la natura dei farmaci che dovete assumere o far assumere (N.d.T. in America il Physician Desk Reference). Non esitate a controllare sempre la natura di un nuovo farmaco che viene prescritto, fatelo personalmente se il vostro farmacista di riferimento è in vacanza e non vi può aiutare.

Contare sul fatto che le cose miglioreranno e diventeranno più facili. Anche se il vostro familiare non farà altrettanto. Fare le cose per la prima volta è spesso la cosa più difficile, ma a poco a poco anche i compiti più difficili entrano nella routine quando si è fatta una pratica sufficiente. Sopravviverete. Cercate di guardare ai grandi compiti che vi aspettano come se fossero composti da sotto-compiti. Tenete presente l’obiettivo generale e concentratevi su ogni singola azione necessaria per arrivarci. La somma dei piccoli compiti vi consentirà di raggiungere quanto prefissato.


Soprattutto, occupatevi di voi!

 Voi siete la cosa più importante per il vostro familiare di cui vi prendete cura. Se le fondamenta crollano, l’intero palazzo verrà giù. Prendetevi il tempo di aggiustare le piccole crepe prima che diventino un problema più grande. Cercate di portare avanti i vostri interessi. Fate tutto ciò che è necessario per avere dei break. Non è egoismo prendersi cura di se stessi. Prestare cure richiede un’enorme forza interiore e nessuno può essere forte in ogni momento, specialmente se non dorme, è stressato, frustrato e solo.


Per amore, non per denaro

Voi avete questo compito da svolgere, perché amate la persona che ha avuto l’ictus. Quest’amore vi renderà molto attento e sensibile ai suoi bisogni e desideri e vi farà andare avanti nelle ore più buie, anche se non eravate stati allenati a fare questo lavoro. Siete stati messi alla prova duramente e avete acquisito una conoscenza enciclopedica su certe cose, così avete la possibilità di diventare meravigliosi caregiver. Non potete sbagliare se ciò che fate lo fate con amore per qualcuno che amate. Cercate le risposte in voi stessi e sappiate che è in vostro potere fare tutto ciò che è necessario. Noi sappiamo che siete in grado di farlo. Tutti noi ci siamo passati

[“Siamo tutti angeli con una sola ala. Possiamo volare soltanto abbracciandoci l’un l’altro” – Luciano De Crescenzo]

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